Sostegno psicologico e precarietà: quando e perché rivolgersi ad uno psicologo?

Sostegno psicologico e precarietà

Oggi viviamo nell’epoca della precarietà. Per “precariato” si intende, essenzialmente, la mancanza di continuità del rapporto del lavoro che crea, quindi, una mancanza di certezza sul proprio futuro, e la mancanza di un reddito stabile su cui poter contare per i propri progetti di vita.

La precarietà è un fenomeno che investe una grande fetta della popolazione, dai più giovani che non riescono ad entrare nel mercato del lavoro – secondo l’Istat infatti il tasso di disoccupazione dei 15-24enni ad Agosto in Italia è stato del 44% – alle persone adulte che magari hanno perso il proprio lavoro a causa della crisi e non hanno possibilità di ricollocarsi sul mercato.

In una società dove sono profondamente cambiati gli scenari sociali, economici, culturali e soprattutto le prospettive sociali dei più giovani – e non – emerge anche una nuova forma di sofferenza psicologica legata, appunto, alla precarietà.

Ma può essere utile rivolgersi ad uno psicologo nell’epoca della precarietà? Come uno psicologo può essere utile per gestire tali nuove forme di sofferenza?

Le trasformazioni sociali che stiamo vivendo, difatti, si accompagnano poi anche a dei cambiamenti personali e relazionali che richiedono una sempre maggiore capacità di adattamento  e fronteggiamento.

Interfacciarsi con la precarietà del vivere e con la perdita degli ideali di progresso ci porta a confrontarci con vissuti di profonda incertezza e provvisorietà.

La capacità di ri-adattarci, di ri-pensare e ri-progettare il futuro dell’ambiente in cui viviamo necessita di un contesto facilitante per potersi attivare e per poter consentire al singolo una “nuova percezione di sè” come in grado di affrontare la realtà circostante.

Per poter essere agenti attivi del proprio cambiamento è necessario poter “organizzare il cambiamento dentro di sé“. Anche se spesso chi soffre di questa forma di disagio mostra una tendenza nel concentrarsi a “fare”, punta la propria attenzione sul cercare una soluzione “concreta”, risulterebbe utile poter rielaborare la situazione che si sta vivendo e crearsi una rappresentazione interiore di ciò che si sta vivendo e delle motivazioni che lo hanno provocato.

A tal proposito cito un recente articolo di Psicologia Contemporanea: “Chi si confronta con la perdita imprevista delle sicurezze sociali e occupazionali vive gli eventi come un – eccesso di realtà – che impedisce il funzionamento della mente. Questa difficoltà di mentalizzare le esperienze affettive che si vivono nel rapporto con la realtà sociale può essere ricondotta a una mancanza di quello che D. Winnicott qualifica come “spazio transizionale” , cioè uno spazio “concepitivo” in cui si scoprono le cose che ci accadono, le emozioni che si vivono in rapporto alle cose che ci accadono, e i diversi significati che gli attribuiamo. Se questo spazio mentale non esiste diventa necessario costruirlo. In altri termini, utilizzando concetti teorici che derivano dagli studi sull’attaccamento, si potrebbe sostenere che quello che viene a mancare nelle persone in crisi da precarietà è la funzione riflessiva della mente. [...]. Anche l’individuo adulto che si confronta con una situazione destabilizzante ha bisogno di un Io vicariante che funzioni da mediatore, esattamente come fa l’ambiente affettivo di sostegno della prima infanzia per il piccolo dell’uomo. Se questa funzione non viene svolta da nessuno, in maniera particolarmente attenta, l’individuo che vive un disagio di natura sociale si trova in una condizione psicologica che è equiparabile in qualche modo a quella del bambino a cui sono mancate figure adeguate di caregiver“.

La precarietà, quindi, ci porta a vivere insicurezza sociale, rischio povertà, paura del cambiamento: elementi tutti generatori di ansia e disagio.

Ecco, quindi, che il confronto con uno psicologo può essere utile a ricostruire una rappresentazione di sé e della società stessa.

Lo psicologo può fungere, attraverso la propria disponibilità empatica, da “contesto facilitante” per aiutare chi vive la precarietà ad attivare il processo di mentalizzazione: può essere utile a contenere ed a riconoscere il disagio e la sofferenza, e proprio attraverso il contenimento ed il riconoscimento può favorire la capacità di rappresentare i fatti e e le cose che accadono per potergli attribuire dei significati simbolici e non solo ed unicamente materiali.

Il sostegno psicologico nei casi di precarietà può essere utilizzato proprio per creare una base sicura a partire dalla quale l’individuo possa sentirsi nuovamente “padrone degli eventi”: possa riuscire a percepire quegli eventi – che essendo percepiti prima come incontrollabili conducevano ad una crisi non solo professionale ma anche personale e sociale – come “padroneggiabili” e quindi integrabili nell’esperienza psichica.

FONTE:

L. Di Gregorio (2014), “Psicoterapia della precarietà”, Psicologia Contemporanea, n°247, 2015.

U. Beck (1986), “La società del rischio. Verso una seconda modernità”, Carocci, Roma, 2000.

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