Sii perfetto! – Una riflessione sul perfezionismo.

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Cosa accade se qualcosa va storto?

Se non finite il lavoro come vi eravate proposti? Se non avete assolto adeguatamente alle vostre mansioni?

Provate ansia? Non vi sentite “a posto” con voi stessi?

Molto probabilmente siete … “Perfezionisti”! Volete fare le cose “bene”.

Ma cosa si intende per “essere perfezionisti”?

Sul dizionario la perfezione viene definita come l’azione di perfezionare. E il verbo perfezionare a sua volta viene definito come:  ”Finire un opera per intero, nel massimo grado di bontà o eccellenza”.

Cos’è il perfezionismo?

Il concetto di perfezionismo si definisce come la tendenza a migliorare indefinitamente un lavoro senza decidersi a considerarlo mai finito.

Sebbene una buona dose di perfezionismo può aiutarci in molte occasioni. Questa tendenza, se eccessiva, arriva ad essere un autentico ostacolo al conseguimento della realizzazione personale.

Si parla in tali occasioni del cosi detto “Perfezionismo Clinico”. Diversamente da una sana ricerca di eccellere in ciò che si fa, il perfezionismo clinico implica una valutazione di sé stessi che dipende dal perseguire degli standard notevolmente che esigenti che ci si impone in determinati settori della propria vita. Essendo gli obiettivi da raggiungere notevolmente elevati, ne consegue che in caso di non riuscita, il soggetto sarà sopraffatto da un grandissimo senso di fallimento e si svalutazione di sé.

Dietro il peferzionismo vi è la paura del fallimento e quindi notevoli sacrifici ed un massiccio impegno da parte dl soggetto a perseguire i propri obiettivi.

Ma se da un lato il perfezionismo può essere inteso sotto un’accezione positiva, come un impulso a realizzare, soddisfare e migliorare le proprie potenzialità, come una spinta verso l’autorealizzazione; dall’altro lato, tuttavia, il perfezionismo stesso può diventare “clinico” e spingere il soggetto verso situazioni di disagio, distruggendo la creatività e la produttività.

Quando parliamo di perfezionismo positivo?

Quando il soggetto riesce a proporsi finalità ed obiettivi che si adattano ai suoi limiti personali ed alle sue risorse, quando è in grado di cambiare i suoi propositi anche a seconda delle circostanze mostrando una adeguata flessibilità. Il buon perfezionista è colui il quale ha interesse nello svolgere bene le proprie attività ma si pone un ragionevole equilibrio tra gli scopi fissati e quelli raggiunti.

Quando, invece, parliamo di perfezionismo negativo?

Quando il soggetto si pone obiettivi molto elevati ed irraggiungibili, diviene inflessibile verso i suoi propositi, vuole raggiungere successi smisurati e diviene incapace di sperimentare soddisfazione con ciò che si fa. Il “Perfezionista Clinico” crede di dover sempre spiccare tra gli altri ed utilizza una forma di pensiero del tipo “tutto o nulla”, ad esempio: “o sono perfetto o sono un fallimento totale”. Egli ha una tendenza compulsiva al dubbio, pensa sempre di aver sbagliato, teme il fallimento e conseguentemente e sempre molto concentrato al fine di evitare errori. Il perfezionista clinico ha paura del fallimento, in quanto il fallire in qualcosa significa l’aver fallito in tutto.

L’eccessivo perfezionismo può portare a conseguenze negative sia per la salute fisica che per quella psichica, soprattutto in relazione all’autostima ed ai rapporti socio-relazionali.

Quali sono le conseguenze negative di un eccessivo perfezionismo?

  • Isolamento sociale
  • Ansia, sia nell’esecuzione dei compiti che nella valutazione degli stessi
  • Malinconia e stato d’animo depresso
  • Vissuti di fallimento
  • Ossessività 
  • Insoddisfazione di se stessi
  • Sentimenti di bassa autoefficacia

Ma come fare ad affrontare questo “avversario” quotidianamente? Ma come si fa a divenire un po’ più imperfetti a vantaggio della creatività e della produttività?

Cercando di inserire un po’ di colori nella visione dicotimica, bianca o nera, degli eventi. Mostrando le proprie debolezze e apprezzando i propri errori, perché comunque dagli errori si “impara sempre qualcosa”.

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